Note critiche

Le vespe di Bartolini“, Carla Benedetti, Antonio Moresco, 11/12/2019

Ogni cosa è Metacosa nell’essenza della realtà“, Vittorio Sgarbi, 01/12/109

Francesca Paoli, “Giuseppe Bartolini: il linguaggio fotografico nella sua opera“, tesi di laurea, Anno Accademico 2017/8

Non avevo mai pensato che la tua pittura fosse “intimisticamente italiana” e non sono nemmeno sicuro di capire quello che vuoi dire. Per me è sopratutto una pittura valida, di alti contenuti, tecnicamente solida, insomma, il modo più serio di far pittura in ogni tempo.

Roberto Gonfiantini, agosto 2012

Bartolini mi ha restituito una Torre della giusta misura, non troppo grande non troppo piccola, non cartolinesca.. non leccata e nemmeno sgocciolata… Una bellissima Torre bianca con tanto verde davanti e tanto azzurro sopra. Con la grazia ulteriore dell’assenza turistica… Nelle sue carcasse rugginose c’è un virtuosismo che rimanda ad altro, forse (ha ragione Moresco) alla preghiera.
Se è vero quanto ha scritto il teologo Jean Danielou “arte è percepire la profondità del reale” Giuseppe Bartolini siede fra i massimi.

Camillo Langone,  il Foglio,  agosto. 2012

Un’aria solo in parte diversa rispetto alla Biennale nel suo complesso si respira al Padiglione Italia, dove prevale nettamente la pittura. 
I bei quadri affastellati come in un magazzino si perdono: il ‘Maggiolino’ di Bartolini sfasciato, quasi deforme, animato dalla luce e dalla ruggine, galleggia nel vuoto, bianco su bianco…

Raffaele Donnarumma, 2011

Giuseppe Bartolini è un pittore di visione, un pittore di vocazione. Un pittore inattuale.
Dipinge da molti anni oggetti e forme colti in zone di confine tra la vita e la morte e la morte e la vita, come ha sempre fatto la grande pittura’il manifestarsi della luce sulle spoglie del mondo e  del tempo: garage dismessi, depositi abbandonati, officine vuote e dalle piastrelle spaccate, muri da cui sono state staccate insegne la cui assenza continua a palpitare attraverso il filtro della luce nel mondo, stazioni ferroviarie chiuse di fronte alle quali ci sono ancora binari che portano chissà dove o che non portano da nessuna parte, copertoni di camion, tralicci, carcasse di macchine abbandonate lungo le strade e dagli sfasciacarrozze, immobili e impavide nella loro ultime metamorfosi chimiche e nella loro estrema e nuda bellezza. Qui non c’è iperralismo,non c’è carficatura realistica della “realtà”, ma pittura di  visione e di apparizione. Un pittore religioso, un pittore di icone. Arte sacra.                                                               

Antonio Moresco,  2011  – Il primo amore,  11 nov 2011

Ferroni e Bartolini, Milano, 1990 (foto Luciana Mulas)

Tutto quello che  Bartolini dipinge si inscrive nelle zone morte del pensiero.In quegli automatismi attraverso cui prendiamo involontariamente coscienza del reale. I suoi relitti, sospesi nel vuoto della luce, raccontano la trasformazione della cosa.     

Antonio Gnoli, 2010

Entriamo attraverso un cancello cieco, in ferro, nel giardino di casa sua. Mi pare di entrare in uno dei suoi quadri, quelli degli ‘orti botanici’ con le palme colpite da una luce speciale che c’è solo sul litorale toscano.

Edoardo Milesi , 2010

Da una certa distanza svettano solo tre oggetti più elevati, di forma enigmatica – la cupola rotonda del Battistero, la parte più alta del Duomo con la cupola ellittica, il fusto pendente della torre – che sollecitano l’attenzione senza svelare l’insieme. Oggi  l’immagine più suggestiva dipinta molte volte da Bartolini si presenta nell’Orto Botanico, dove quei fastigi si intravedono fra le cime degli alberi secolari.

Leonardo Benevolo, 2007   

…Nella tua pittura si sovrappongono oggetti naturali, o che comunque rimandano ad una cultura consacrata e secolare, come la Torre di Pisa, e oggetti moderni, ma di una modernità degli anni Cinquanta o Sessanta. Per dirlo con un esempio, nella tua pittura ci sono molti fili e poche insegne luminose; gli schermi televisivi sono assenti ma pullulano le auto. Molto spesso tu rappresenti la modernità della tua generazione: i camion, i treni, le città che cominciano ad alternare tegole antiche e camini metallici. Oltretutto gli oggetti tecnici della tua infanzia o adolescenza sono spesso  dipinti nel momento in cui cominciano a rovinarsi o sono già rovinati. Tutto questo rimanda alla dimensione memoriale che è implicita in alcune fasi della tua pittura e suscita delle riflessioni. Verrebbe voglia di proporne una lettura psicoanalitica…

Guido Mazzoni, 2006

Giuseppe Bartolini, uno degli artisti italiani più intensi e rigorosi del nostro tempo, ha dato vita negli anni a un’opera pittorica di grande potenza espressiva.Formatosi negli anni ’60, ha proseguito con tenacia per la via maestra della pittura, considerata da molti ormai impraticabile, sperimentando quel linguaggio in tutta la ricchezza delle sue possibilità.                                                   

Carla Benedetti, 2006

Vecchie auto abbandonate, escoriate dalla ruggine, con interni svuotati, organi bruciacchiati, fili che pendono come vasi sanguigni essiccati, ragnatele di rughe, ecchimosi, stimmate. Un bianco abbagliante le sospende, ne fa degli esseri agonizzanti venuti a morire lentamente nel silenzio scavato dalla luce. La serie delle tele (1999-2006) forma un “bestiario” di grande potenza emotiva.                      

Carla Benedetti, 2006

Lo studio dove Bartolini lavora spiega molto dell’arte che vi genera, spiega l’umanità profonda delle sue carcasse d’automobile che arrugginiscono, spiega l’amore per il giardino botanico di Pisa e la sua decadenza, e consente di capire la pittura che praticava venti o trent’anni fa .            

Philippe Daverio,  2004

Negli ultimi tempi il suo sguardo è stato catturato dalla magia di vecchi locomotori abbandonati su binari morti, dal disegno dei tralicci ferroviari che solcano un cielo limpidissimo e profondo, da rugginose automobili, simboli del tempo che è passato e della nostra vita, in perenne evoluzione, eppure sempre identica a se stessa.

Arialdo Ceribelli, 1998 

Bartolini e Luporini, Viareggio, 2011 (foto Luciano Bonuccelli)

C’è l’onda di un lungo silenzio, di uno svuotamento d’ogni spazio, e luogo, e ancora cieli, terre sparse di profumi plasticati, nell’opera di Giuseppe Bartolini.
La tela nuda è il fondale delle apparizioni, sopra cui la realtà è tessuta, intrecciata punto dopo punto.
Bartolini dipingendo la realtà con singolare evidenza, ne dipinge l’essere in crisi, il suo dilatarsi e gonfiarsi oltre certi limiti. La presenza diventa un’assenza la luce non è più luce sensibile ma il lume di uno sprofondamento dentro di noi.

Marco Goldin, 1998

Una poesia (e una poetica)” del formato”- cioè dell’equilibrio tra spazi delimitati nella tela – è la premessa dell’arte di Giuseppe Bartolini. “Realista” colto e grande, altrettanto che inventore di “altro”, interprete di un rapporto creativo con le cose su cui ogni giorno il nostro occhio fluisce distratto o disattento.

Piero Floriani, 1998

Giuseppe Bartolini ha formato la sua vita nel segno della pittura: un amore una passione esclusiva che lo ha preso da ragazzo – quando l’ho conosciuto – modellando per sempre la sua esistenza, imprimendo di sé il suo fare, il suo pensare, il suo scegliere le persone, le amicizie, il suo rivolgersi continuamente su se stesso, a interrogarsi scontento, nelle periodiche crisi, quando il lavoro non va più avanti nella direzione già sperimentata e ancora un nuovo sbocco non si presenta.

Emilio Tolaini, 1998

Bartolini dipinge un tetto, una casa dell’Anas, una Vespa. E lo fa una dieci cento volte. Non tanto (o meglio non soltanto) per raggiungere l’assoluta precisione formale, ma perché vuole arrivare a toccare il’ cuore’ di quel tetto, di quella casa di quella Vespa. Al di fuori di qualunque sentimentalismo, di qualunque compiacimento illustrativo, di qualunque simbolismo manierato.

Franco Marcoaldi, 1998


Un “Candeliere“, proprio del 1959, e il “Campo Santo” del 1960 sono, fra gli altri, i dipinti che rivelano, al suo nascere, il carattere forte dell’artista ma anche gli indizi di una sua commozione a fior di pelle, se un riverbero di luce basta a tradurre in lamina opalescente la solenne muraglia del monumento antico…

Carlo Sisi, 1998

Beppe Bartolini è un gran pittore e un grande amico mio.Ha trascorso decenni a giocare a scacchi con il Duomo la Cattedrale e la Torre. Altri giocano a scacchi con il computer lui solo con la luce. 

Stefano Tomassini, 1997

Bartolini è un pittore all’antica,che incide anche quando dipinge, proprio come certi artisti delle più felici stagioni pittoriche del Nord-Europa. Rispetta il quadro e chi lo guarda perchè vi lavora a lungo con mandate sovrapposte di tinte che ne permettono, a colore fermo, il riporto sfumato.

Valerio Meattini, 1996

Singolare e assai personale in questa sua pittura meditata e, a ben vedere intimista, accanto alla rappresentazione di oggetti, specie meccanici, estrapolati dal loro contesto in una evidenza fisica lacerante, la raffigurazione di vedute a campi lunghi della città dove egli vive, Pisa. Qui i simboli di una presenza monumentale antica, di collaudato fascino, si collocano sullo sfondo terso, emergendo oltre un primo piano di folta vegetazione.

Rossana Bossaglia, Corriere della sera 1990

Con l'amico Pietro Perusini in studio, Pisa, 2005 (foto Mélen)

Da quasi quindici anni il pittore Bartolini prova a rifare con i suoi pennelli il quadro che i suoi occhi vedono dall’alto del balcone: le foglie sono foglie, fatte una ad una, gli oggetti paiono perdere realtà perché molto pensati, cercati, capiti: il cielo è cielo, come nella poesia: e i cieli, quando molto pensati, sono molto belli: per dire una parola, sono intensi.

Riccardo di Donato, 1988

Bartolini è statico, sigillato incorruttibile. La sostanza della sua visione delle cose è nella immobilità che si trasferisce dalle pietre alle foglie. Ciò che muoveva, dagli impressionisti a De Pisis, la stessa natura, gli edifici, anche gli ambienti degradati di una periferia industriale, si bloccano in una fissità di vetro dove non passa l’aria.
Partito da Sironi, Bartolini giunge a Donghi che non poteva dipingere un paesaggio dove il vento scuotesse le foglie.  Ma il processo di Bartolini, filtrato attraverso l’immagine fotografica, è all’apparenza più illusionistico. La pittura rende astratto, nella sua stessa esecuzione, il dato naturalistico. Anche il cielo, il vuoto, il profilo della città, dietro la massa degli alberi sono un’altra cosa da quel che appaiono; sono modi di comprensione dello spazio di un premeditato equilibrio degli elementi.
Bartolini non vede, prevede, prestabilisce la realtà che ha di fronte e ne restituisce quindi una essenza segreta. La sua è dunque non una fedeltà al vero ma a ciò che, del vero, non appare.

Vittorio Sgarbi, 1988

Dal folto di una vegetazione urbana ormai insperata, inusitata, sorprendente, emerge una preziosa presenza di città.

Stefano Piccioli, 1988

L’arte di Bartolini coglie la misteriosità del quotidiano senza dissolverlo e senza risolvercisi. Il mistero è la sola cosa limpidamente dichiarataed è impenetrabile quanto ovvio, inaccessibile e praticato.
Il significato che ha in Bartolini l’assoluto rispetto per lo specifico è ben altro. L’applicazione rigorosa sino all’acribia sulla pietra litografica (come sulla tela) risponde sopra ogni altra a una esigenza di ordine interiore: l’esigenza di estrarre (o di astrarre) dall’evidenza percettiva un’immagine essenziale e direi metafisica per intraducibile alterità. 

Nicola Miceli, 1986

Le immagini di Giuseppe Bartolini pur così nitide, luminose, intatte e come risonanti, contengono un sottile strazio; dal cielo terso e uguale, dall’assenza di persone, dalla bellezza che gli oggetti anche più infimi e corrotti contengono e mostrano, dall’immobilità del tutto, esala una malinconia aspra , come sospesa e fusa entro la luce. La solitudine abita questi spazi, penetra negli interstizi dell’immagine, e fa tutt’uno con la forma.
Il cielo si alza monotono, immenso, fuso; non è un cielo naturale o romantico, ma un azzurro spazio del nulla, uno specchio della suprema indifferenza.
I monumenti bianchi di Pisa, non sono segni di realtà o di veduta, ma gli ingannevoli fantasmi che aprono uno spiraglio sul buio delle essenze, sul nascosto vero delle cose.

Roberto Tassi, 1984

Io sento nella sua pittura impulso gioioso più che angoscia, come una vita che preme al di là dell’immagine che viene fissata nitida, immobile, cristallina e luminosa; ma continua dal di dentro, tra le minuzie in cui è indagata la realtà tra foglia e foglia, ombra e ombra, vapore di nube e vapore di nube, e respirare appena; come un risveglio mattinale… per la qualità della luce, che ha in sé, misteriosamente, un grano di nitore, come una purezza del mondo. E in alcune opere l’inganno si fa più complicato, quando si scopre che l’immagine, l’Orto Botanico i monumenti il cielo, è appena velata da una trasparenza come un vetro sovrapposto, lo schermo delle apparenze.

Roberto Tassi, 1983

Ho visto la mostra di Giuseppe Bartolini a Bologna lo scorso febbraio: silenzio nelle sale, e la gente di fronte ai quadri sembrava chiedersi com’è possibile dipingere oggi in tal modo.
L’Orto Botanico, la cupola del Duomo, un cielo azzurro e grigio, eterno come l’indaco di Simone Martini… sugli oggetti “fotografati per sempre”, come fossero monumenti e relitti di una civiltà suprema, scende dal cielo l’imponderabile.
Come Morandi anche tu Bartolini vuoi che la pittura stabilisca dei rapporti, indichi delle direzioni, rivendichi un ruolo, proclami il diritto di guardare ciò che di fantastico c’è oltre ogni muro.
… e il leccio e la palma affondano le loro radici in un tempo senza futuro e senza passato: l’eterno presente di Ozenfant.

Giuliano Gresleri, 1982, Parametro

Guardando i quadri di Giuseppe Bartolini si rintracciano le alchimie dello straniamento, e i taciti contorni dell’enigma. Poco importa che ritragga l’Orto Botanico di Pisa: conta come lo ritrae. Per entrare in una pittura enigmatica, anche se concretamente enigmatica, occorre liberarsi dall’equivoco della mimesi: non si tratta di una lotta, disperata e perduta in partenza, con la fotografia. Si tratta invece di una sollecitazione della realtà sino al punto di operare al suo limite.

Roberto Pasini, 1981

Il mistero è la sola cosa limpidamente dichiarata nelle opere di Bartolini ed è impenetrabile quanto ovvio, inaccessibile e praticato.

Franco Solmi, 1981

Noi vorremmo invitare Bartolini a precipitare dentro le sue decalcomanie vegetali: … il che dipingendo in questo modo, significa verso l’occhio della propria coscienza .

Giovanni Testori, 1980, Il Corriere della Sera

Se c’è una verità dei luoghi, Bartolini l’ha intesa non certo per via di mimesi. Ma sarebbe forse meglio dire che l’ha creata; e con crescente intensità.

Pier Carlo Santini, 1980

Sotto lo sguardo di Bartolini una pianta, un muro, un oggetto che a noi sfuggirebbe, non soltanto è fissato, ma sembra ingigantirsi.

Marcello Venturoli, 1976

Bartolini non crede tanto agli oggetti quanto alle emozioni, agli stati d’animo.

Lorenza Trucchi, 1974, Momento-sera

È a partire da questo sguardo fermo sulle cose che Bartolini potrà portare avanti – senza tradire il proprio innato lirismo – quell’attuale conflitto tra natura e tecnica con cui i suoi quadri sembrano fare da preludio.

Duilio Morosini, 1974, Paese Sera

E allora, guardando in profondità, ci accorgiamo quanto le pressioni psicologiche gravino, direi felicemente, su tutta l’opera pittorica e grafica di Bartolini.

Dino Carlesi, 1971

Nelle opere di Giuseppe Bartolini le istanze della Pop-Art e dell’Op-Art sembrano concretarsi nella semplice evidenza degli aspetti del vero, nella sua immagine.  Il riscatto dell’oggetto come i meccanismi ottico-psichici della visione che si fa “forma significante”, eccoli reintegrati nella adesione alla realtà fenomenica: è il controllo della ambiguità dello spazio e della luce che rende “nuova”  la loro presenza … L’artista corre sul filo tra i miraggi dell’intimismo e del manierismo formale, con una lucidità vertiginosa, e riconduce in salvo il fragile bagaglio, preziosissimo, di una realtà divenuta integralmente immagine: cioè forma, specchio di una situazione umana.Le ragioni dell’avanguardia sono inverate nella concreta opera d’arte, non programmatica né programmata, Le idee, le velleità si maturano lentamente in pittura: per durare, come messaggi poetici, al di là delle dichiarazioni e delle trovate di attualità culturale.

Franco Russoli, 1966